(Articolo tratto dal settimanale “Oggi” del 19/01/2011)

La tentazione di stilare bilanci, dinanzi al decennio appena trascorso, e di disegnare gli scenari scientifici del prossimo, è sempre forte. Proviamoci, pur consapevoli dell’impossibilità di condensare in poche righe migliaia di ricerche in corso! L’interesse sempre più ricco di sviluppi resta quello sulle cellule staminali. Ancora grande è la fiducia che attraverso tali cellule si possano ottenere risultati importanti in varie direzioni, come la riparazione dei tessuti offesi da svariate lesioni (e in particolare il danno prodotto da infarto cardiaco e ictus cerebrale).
C’è attesa anche per la possibilità di riparare il midollo spinale e il tessuto cerebrale dopo un incidente traumatico. All’orizzonte si prospetta la possibilità di costruire, a partire dalle cellule staminali, tessuti e organi per far fronte a tutte le richieste di trapianto d’organo che oggi non possono essere completamente soddisfatte. E tutta la discussione etica che ha animato gli anni passati circa l’uso delle cellule staminali embrionali si sta smorzando, anche perché la scienza ha dimostrato che staminali “simil-embrionali” si possono costruire in laboratorio, senza dover ricorrere alla fecondazione di ovuli con spermatozoi. Le staminali hanno catalizzato la ricerca anche nel campo dei tumori, non tanto per combattere o riparare i danni indotti dalla crescita tumorale, ma come cellule (stavolta “cattive”) responsabili delle ricadute nella malattia (dopo un’apparente remissione completa).
E sul piano delle novità farmacologiche? C’è poca innovazione. Nonostante l’impegno economico (in realtà in diminuzione), le industrie farmaceutiche non riescono più a siglare reali nuove scoperte di farmaci, capaci di rispondere alle aspettative dei malati. Fra le novità citiamo la cladribina e il fingolimod, attivi nel ridurre le esacerbazioni della sclerosi multipla (ma mancano ancora i dati per stabilire se possano incidere sulla progressione della malattia). Promettenti sono pure i nuovi anticoagulanti, come il dabigatran e il rivaroxaban, che potrebbero in alcuni casi sostituire dicumarolo e warfarin, evitando continui ricorsi alle analisi per aggiustare le dosi. Anche qui il tempo fornirà il responso definitivo.
Infine, è proprio recente la conferma della possibilità che basse dosi di Aspirina (almeno 75 mg), in trattamento cronico per almeno cinque anni, possano rappresentare una forma di prevenzione per vari tumori (del colon, dell’esofago e della mammella, per esempio). Un bonus che lascia ben sperare.

Silvio Garattini
(Direttore Istituto di ricerche farmacologiche “Mario Negri”, Milano)

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